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lemon sky
tentativo incauto
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| ventinove aprile |
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[cose reali]
Sei nato di sera, quando il tempo si è fermato nel centro di Milano e il vento ha spazzato ogni dolore, ogni ritrosia. Sei nato piangendo e piangendo ti hanno portato lontano da me in una scia di paura e di concitazione. T'ho implorato con la coda dell'occhio legata a dei tubi e immobilizzata sotto un telo blu. E sono rinata nei tuoi neri. In un impeto di tenerezza hanno accostato il tuo viso al mio, in un bacio che ci ha legati indissolubilmente. Tra le lacrime di entrambi. Mentre un altro uomo si emozionava fuori e ci aspettava. Quell'uomo che ci ha portati a casa in un giorno di pioggia, quando l'acqua potenziava la sua forza ed acuiva la pulizia. Fuori e dentro me. E sono rinata nelle tue mani. Nei tuoi pianti, nei tuoi versi. Nella tua voglia di non dormire, di abbracciare, di condividere. Nel tuo bisogno di me, di noi. Nel mio di te, nell'attesa del tuo futuro sorriso. E siamo rinati assieme, in un giorno di aprile, che va, corre verso il tuo primo mese di vita. Nell'augurio che già sai, che hai e che avrai.
Nel nostro assieme, infinitamente.
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| forse daniele |
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[cose reali]
Non volevo andare via. E in realtà non l'ho mai fatto. Sono qui, in una forma diversa. Continuando a succhiare mandarini e spicchi di novità. Da questo potrai capire che non è cambiato nulla. Ma era proprio questo che volevamo. Questa botta. Questo non sarà mai più come prima. E così le risorse disumane che avevamo dentro si sono disfatte, improvvisamente risucchiate da un nuovo vortice. Resta solo un tarlo. Come fare a dirtelo. Che non ci sarò mai più. Che adesso c'è solo lui. Che nuota, vibra, vive. Che non so che faccia ha, avrà. Ma forse mi assomiglierà. O forse no. E mai saprà. Ma semplicemente ha già deciso che di me avrà tutto. E sta già assorbendo ogni energia, ogni pensiero, ogni euforia. Non lascia tempo, nè spazio ad altro. Neanche a te e al tuo vecchio cuore. E’ la luce nuova. Ed è per lui che avrei voluto scrivere. Dal tredici agosto che ci provo. Mentalmente. Mentre guardavo due linee rosa, la spiaggia e mi allontanavo. Dal mare e dalla mia vita. Soltanto delle parole, una dedica, un po’ di nuovo vento. Regalargli la prima isola, la prima favola, la prima nuvola. Poesia, in mezzo a tanta follia, sogni e speranze ipotizzabili. Provare adesso a tracciare disegni, percorsi, come in quegli scorci da bambini con quelle curve che salivano su fino a casa tra gli alberi e sopra il sole e sopra il cielo e colori, pastelli, chiari e trasparenti. E’ così che spero che sia per te, piccolo e nascosto dentro l’acqua. Che non sia mare stavolta. E niente sale. Ma dolcezza, che non infastidisce, ma culla, pura e primordiale. Mai nero sui tuoi fogli, e neanche il blu, il nostro vecchio blu.
Questo è quello che vorrei per te, infinitamente, quello che cercheremo, quello che costruiremo. Dalle semplici cose che posso fino alle fragili. Io te lo prometto, ci sarò.
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| a pezzi |
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[cose parzialmente reali]
Mi sono rotta. Che non mi si chieda di che. Sono distesa su un lettino bianco ed ho una flebo al braccio. Io non ho paura. Che bello quel libro. E il mio? Dovrei alzarmi da qui e incidere al più presto sti pensieri, fermarli come faccio sempre, appuntarli come un chiodo sopra un foglio. Ehm scusate signori dottori professori dovrei andare, ho da fare. Così ho detto. M’hanno guardata. Poi in realtà fuori solo dopo ore, tic, tac, negativa, negativa! Signora è incinta? NO! Ma potrebbe esserlo? NO! Ma ha avuto rapporti non protetti per cui potrebbe essere incinta? HO LE M E S T R U A Z I O N I !!!! Si spaventa, ma finalmente mi infila in un tubo. Tutto nero, tutto nero. Appena esco, se esco, che faccio? Adesso che non si può arrivano ambizioni e desideri. Ah, le circostanze. Tempo. Giorno, notte, dentro, fuori. Finalmente. Senza trucco, senza inganno, stringendo denti, certificati, impegni, impegnative, maddechè? cerco uno stronzo con cui chiacchierare. (è così buffo che word mi sottolinei in rosso stronzo… insisto, incazzati word, non ti piace? Accidenti, anche incazzati, tutto rosso, rosso, rosso, fuoco). Quando cerco uno stronzo non sbaglio strada mai. Ti dico chiaramente che le intenzioni non ci sono. Quindi visita amichevole, lecco un fiordifragola e sogno eroticamente di rovinarti i libri con le mani appiccicose di fragola e panna. Più ci penso, più mi appoggio alla tua scrivania. Alzi gli occhi. Allora, ti sei licenziata? Tesoro. Noi abbiamo scopato, pianto, urlato, viaggiato su una macchina ferma con una cartina del mondo in mano, ed oggi, col caldo, con la noia, con la paura di esserci e poi bum, ci si chiede questo. NO! Ma lo farò appena arriverò all’ultimo capitolo, giuro. Risata lieve, forte, fragorosa, indecente, fastidiosa, assordante. Quindi, nel 2050????? Testa indietro che ride come Raffaella nel tuca tuca. Io respiro mentre infilo vendicativa e perversa lo stecco nel primo capolavoro che trovo. Non il mio. Il tuo. Sì, forse allora, più o meno, ti farò sapere. Premio Strega. Vabbé ciao. Ascensore. Pulsante. Reception. Custode sempre uguale, sempre diverso. Cambiare il nome del protagonista. Prima cosa.
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| odio i punti esclamativi, che si apprezzi la fatica del cambiamento |
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[cose reali]
Mi stai profanando.
Quello che resta di una testa. Minimi segnali di veridicita’. Mentre cammino e cerco posto tra strani spettacoli, tra musiche che provano a scalfire pezzi di cuore e mi arrampico infantile su ringhiere che contengono controvoglia. Un biglietto ed una faccia affascinante vengono fuori da mezza tasca. Volo piu’ in alto. Con il corpo e con le mani tendo all’infinito e all’inferno. Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare da melodie sicule, da strumenti veraci e sinceri. E li riconosco!
Ti ho profanato.
C’erano soltanto nuvole. A faccia in su cercando ipotetiche stelle e verità. Ma non era ancora il tempo. Il sole scaldava i nostri passi su sterpaglie di citta’. Camminavo con altri mentre i battiti credevano invano di assisterti in un altro girone dell’anima. Ma non ne abbiamo piu’ amore. Non piu’. Le sento ancora, anche se da sola, mentre si annientano sulle nostre orecchie inutilmente, tentando invano di risvegliare appartenenze e desiderati guai.
Un giorno non ci prenderemo piu’.
E non avremo niente da confessare, ma belle parole da raccontare.
Ridi pagliaccio.
Le ginocchia si ammorbidiscono sugli scalini, un uomo ti urta lamentandosi delle età. Ma vorresti sorridergli e non puoi, non ricordi. Il rispetto che cos'e'! Rallento. Guardo indietro. Mi affascina da sempre. Guardare la luce mentre sprofondo in tunnel extraurbani, extraumani. Dove sei. Al caldo, al sole, in un posto migliore. Mentre io mi accontento delle vite parallele e scavalco con grazia fili invisibili per passare di qua e poi di la', ancora, ancora un po'.
Sto incartando una sorpresa e Parigi: no, non per te; soltanto per il mio vecchio, appeso e mistico senso di colpa.
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| affrancamento |
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[cose reali]
Perche’ non riesco ad aprire le finestre? Da quando piccola abituavo gli occhi cosi’, a guardare sempre da una sola fessura. In questa maniera, in un angolino di vetro verso il cielo inizia il prologo del mio romanzo… Quell’accozzaglia di frasi sfatte e linee dispersive. Non sono li’ dentro, per sfortuna, ne sono fuori. C’entro marginalmente, quando posso, quando insisto. Per il resto mi estraneo e finisco sempre altrove, abbasso lo sguardo e un amico mi chiede a cosa penso. Davvero non lo so.
Osservo sempre la stessa scena di un film scadente. La resa dei conti: lei lo guarda coraggiosamente negli occhi: faro’ un figlio. Lui cambia faccia e grida no. Lei ribadisce si’ e addio. E lui scandalosamente piange. Scena madre. Inaspettata. Lei non l’ha mai visto farlo. Quell’uomo crudele, privo di cuore, privo d’amore. Nessun rimorso, ne’ sentimenti, solo abili mani mosse da sagace intelligenza. Piange. Le mani sulla faccia, singhiozzi a scuotere capelli chiari e labbra invitanti. Lei è ferma, incredula. Poi all’improvviso sotto il brusco sole lei intuisce una nuova mossa. E non crede a quel sole, ne’ al suo sale; è soltanto un altro tentativo d’ incatenare la sua mente. Si gira e se ne va, vaffanculo, perentoria, sperando che sia l’ultima scena. (O lo spero io?). Ma lui grida di no in mezzo alla gente mentre lei accelera e scappa e lui le dice no, non lo permettero’, no, no, mai.
Mi sveglio. Guardo ancora fuori. La carta straccia annunciava caldo splendente. Ma qui comandano le nuvole. Chiudo accuratamente la tenda e quel cattivo auspicio. Guardo al buio dentro me. E’ piu’ forte di tutto il resto. Mi spinge, fino in fondo. All’inferno. In un angolo sconfitto, dove si scordano i sorrisi d’altri tempi. Non è cosi’, non e’ qui, che dovrei vivere questi blocchi di vita. Poi, da quando il resto si è messo in mezzo a noi, prepotente, incoerente, a reclamare pezzi dei nostri semi, adesso, è ancora tutto piu’ impossibile. Soluzioni non ne ho. E reazioni, neanche. Non lo so, se mi credi. Vedi, sì. Qui, osservando fiamme illuminate, mentre non so piu’ che pesci prendere, che mare sperare. Non arriva. E lo guardo in ogni luogo, lo cerco, dio quanto lo vorrei. Così come forse ho perso te, non avro’ mai lui. Mai. Le convinzioni, che mi prendono. E che hanno sempre ragione. Non so vivere. Perche’ fingere? Perche’ far credere che va tutto maledettamente bene quando io mi piego in due e ’sto male non lo sopporto, e non le tollero piu’ queste stilettate, questi fastidi insidiosi, e l’orrore che nasce dal capire che questo male ne crea un altro. Che non avevo mai conosciuto e mi spaventa. Non ne voglio essere capace, di provarlo. Chiudo gli occhi ancora un po’. Mi vedo correre.
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| lievemente se ci riesco |
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[cose reali]
Bisogna avere il coraggio di ammettere le sconfitte. E spesso è l’errore principale. Io le ho ammesse sempre, ma quando ancora non erano mie. Deporre le armi. Così, nello stesso modo, queste dita dovrebbero smettere di digitare. E accarezzare. E’ cominciata cosi’, anni fa, questa opera teatrale. Io ti ho sedotto. Non so con quali strumenti. Ma eri un obiettivo. A volte, mi capita, di centrarli. In pieno, al cuore. Cosi’ sei stato. Forse mio. Forse no. Poi pian piano, in mezzo alla retorica grondante del nostro pseudoamore è finita. Ed io credo razionalmente, mentre scrivo su questo portatile, sul divano, senza fili, con poche ciocche non controllate da una penna rossa, che tu mi abbia abbandonata. E tu, a chilometri di guai, starai pensando adesso ad una bambina insulsa che credeva di averti messo dentro un sacco, assieme a chissa’ chi e chissa' perche', ad affogare tra bugie e poi vedremo. E non lo so, adesso mentre insisto con queste mani, chi aveva ragione. E chi no. Pero’ mi prende il tuo pensiero. Nonostante tu non sia stato nessuno dei due, nonostante tu non abbia preteso mai nulla di piu’, nulla di meglio. Soltanto come stai. Se stai. Almeno un cenno. Mi piacerebbe. Onestamente. Mentre cerco di parlare piano, di usare parole chiare, trasparenti. Farti capire. Che sei tu, che stai leggendo, che magari ogni tanto ti ricordi. Mi ricordi. Così.
Semplicemente.
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| mesi |
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[cose reali]
Qualcosa capitera’ sotto questo pezzettino di luce visibile. Qualcosa smettera’ di rigare sempre la stessa guancia nella solita attesa della solita assenza. Giuro qualcosa nella mia mente. Non la ricordo gia’ piu’ mentre mi rassegno alla fine di questa sindrome e al ritorno alla vita che mi aspetta a cui nulla rispondere, nulla impartire. Bevo intrugli come pozioni per questo maledetto umore, che non sa condividere, solo dividere, fogli e pianti. Spezzati da silenzi come corridoi tra le nostre stanze. Questo specchio non ha mai capito un cazzo. Mi sono ricreduta oggi pomeriggio, io, nonostante la primavera faccia fatica a capire che qui non ce n’è e vai a farti fottere, non ne voglio, non ne voglio piu’. Urlo piegata in due dalla mia pancia. Le mie ginocchia lievi mi terranno a terra, per non farmi volare mai piu’. Mai piu’. Rialzo la testa. Posso essere piu’ cattiva. E metto in testa qualcosa di nuovo. Ciocche di potere. E ne approfitto in modo sfacciato. Fingo che non sia vero, e rimango ancorata a paesaggi lontani, come fiori in campagna, con gli occhi all’orizzonte su quel mare che si muoveva piano come te su di me. Sei stato niente. Solo uno qualunque in mezzo alla vita, in ordine sparso nel disordine dei giorni.
Lui sognava di rapirla in un mondo altro. Lei credeva che non fosse un sogno. Lui di notte vagava tra i corsi d’acqua vedendola aleggiare ovunque. Lei aspettava un cenno di calma in un vortice di spasmi. E lui sotto la finestra sperava in miraggi veronesi.
E’ passata. Come una malattia. Come una botta. Come chi non ci crede ed invece si’ è passata, ma io ne voglio ancora. Stavolta da qui dentro, da nuova fonte; solo un desiderio che di nuovo si riapra, che ti squarci, e poi no, non mi regge. E volo via. Ma non garantisco su buone azioni.
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| neve |
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[cose parzialmente reali]
Lei passa un filo di vita sulle labbra stanche, cercando un po' di rosa e d'allegria. Ai lati di quell'alba, mentre il mondo si prepara a vivere, la coda dei suoi occhi osserva cumuli di neve e addii. Si veste piano ma non se ne libera, delle attese di quelle mattine di secoli fa. Sta nevicando lì? E lei aspetta. Gli autobus arrancano nel delirio del freddo, non apprezzano i colori di questa città, mentre lei potrebbe anche amarla e non odiare più quelle lontananze, quelle circostanze. Vive tra questi mezzi, e in tutto quello che questi tempi le hanno regalato, tra le lunghe pause di questi spostamenti, quando odiavano il sottosuolo per quei venti minuti senza sentirsi, senza di loro. In cui forse non esistevano, non si erano mai gustati. Non farti sfiorare, non farti toccare. E lei si schiantava su quei vetri sporchi sperando di venirne fuori, da tutto ma non da quel sapore metallico maledetto. E poi al mattino giurava di averlo sognato. Anche se non ne aveva avuto il tempo. Ma poi entrava in vita e accendeva ogni strumento. E lo immaginava d'inverno in versione regalo natalizio da scartare e consumare. Non mi dire queste cose di prima mattina che mi fai venire idee troppo piacevoli. E a lei piaceva l'immagine e lui riusciva a digerire il natale. E tutto ciò che comportava. Fuori la tradizione e dentro l'innovazione. Fuori per bene e dentro cattivi. Ma vivi. Leggo una vena di provocazione nella tua voce questa mattina. E lei cercava di lavorare, tra facce buone e facce meno. Conciliando pensieri paralleli con attenzione e cura, con lo sguardo sempre fuori sempre lì. Con tutta l'adrenalina che mi hai fatto salire in questi anni, se ti avessi tra le mani accarezzerei tutto il tuo corpo, integralmente, magistralmente, a piene mani, lungamente. Come si è perso tutto questo tempo tutta questa voglia. Dove ci siamo buttati, dove ci siamo sfiancati, sfiniti consumati. Ne cerchi in giro, di lui, nel portapenne, in un tasto di avvio, in un'agenda che ne contiene sempre meno. Stronzate. I pezzi di citazione e le frasi ad effetto. Per chi non vuole crescere. Non ancora. Forse. Mi fa impazzire saperti lì, al tuo tavolo di lavoro, vorrei avere il potere di violarti, senza che nessuno veda, percepisca, ti vorrei addosso, a riempirti, coprirti, un progetto di fusione. Ancora non ne ride ma ce ne sarebbe. Basterebbe rifletterci e guardarsi allo specchio cercando barlumi di cervello. Concretezza. Il settimanale, non trovo i guanti, la bolletta la paghi tu, ricariche telefoniche. Quando ti serviranno. Stamattina mi hai fatto una fantastica sorpresa, mi stai trasmettendo un ipervoltaggio, ho voglia di farmi viziare, leggerti, ascoltarti, anche a sprazzi, sapendoti lì lontana, magari un po’ distratta. Come fai, come fai. Lei non faceva, niente. Nè succube, nè artefice. Seguendo una linea, legata ed attorcigliata ad un pensiero nullo che se lo toccavi lo sentivi fuoriuscire come neve, ma non questa; questa non fredda neanche un po’. Diavolo. Adoro quando diventi prepotente, la sento questa voglia di possesso, e te la concedo, prenditela, in questo spazio fai quello che vuoi, che puoi. Ora ne ride, ora lo sa. Non ci sono confini laddove c’è tanto da dare. Dai grafici è chiaro, hanno sbagliato qui, nelle appartenenze. Ora forse ne sono coscienti, lo saprà anche lui, in quella meschina parte di sè che ogni tanto rivive e finge di non capire. Mi piace pensare che questo potere che hai su di me per te si trasformi in follia, in voglia di sfasciare gli schemi. Io voglio essere spiazzato, mi piace quando mi spiazzi, mi scompagini. Io ti voglio massimamente fuori schema. E lei pensava nessuna conseguenza.
Nessuna.
Qualcuna.
Una.
Questa.
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| svuotarsi |
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[cose reali]
Oggi abbraccio piccole idee. Non riesco a capire, guardando un cielo che sa di mare e che di mare nulla ha, come io possa smettere di essere. Smettere di amare. Come questo posto, in cui non trovo nulla da dire, neanche parole da regalare ad altri, quasi io voglia staccarmi, trascinarmi dolorosamente oltre questa fase di me stessa. Non riesco piu' a scrivere qui; ed e' meglio farla, questa blanda confessione; andro' altrove, dove fogli di carta riciclata mi aspettano, ad entusiasmare nessun cuore, nessuna vita. Lo stesso e' per te. Adesso che non so se ti amo ancora, adesso che soprattutto non so cosa ho amato e cosa ho creduto di vedere. E sei finito anche tardi dopotutto, quando ormai ogni danno era fatto e quando io per te ero gia' morta secoli prima o mai esistita, mai immaginata, mai vissuta. Non ci siamo. Non e' stato tempo perso e non intravedo pentimenti. Solo e' ora di chiudere porte e finestre a quell'aria traviata che hai soffiato. Perche' cosi' io non riesco a dirvi niente. Eppur vi leggo, vi amo. Ma non riesco piu' a parlare, a trasmettere. Il piacere che mi date e' immenso ma non riesco a ricambiare, travasare. Vedo soltanto i nodi in queste mani e tutto quello che rendono impossibile. Ma si torna, l'ho fatto talmente tante volte, nei miei milioni di passi indietro, che tornero' anche qui, lo so. Ma con un'anima piu' da toccare. Non in quest'ombra che non mi appartiene e a cui non appartengo. Forse gia' domani, forse gia' ieri. Possibilmente in un sorriso. Se sapro' inventarlo.
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| immobile |
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[cose reali]
Sorretta da un sottile marmo oltre un vetro degli Uffizi scanso un tramonto devastante. Un fuoco rosso cerca di violarmi la mente, ma mi riparo risoluta dall'intensa emozione che non voglio. Con le mani e con gli occhi ad evitare Firenze che chiede e pretende, quello che non esiste più. L' Arno in fiamme dunque reclama attenzione e dipendenza. Ma perdendo parole ed alfabeti il gioco è finito senza scuse nè precisazioni e Lisa cerca invano di descrivere sensazioni ma i suoi fogli adesso tinteggiano solo bianco, ghiaccio. Sopra un treno che volevo in un'unica direzione, sempre dritto, e che invece mi ha cestinata qui, fuori luogo e fuori via. Ed ho provato, tentato, con questo viaggio nel tempo che non ti ha riportato, di salvarci, e adesso basta, adesso mi scosto e mi riconosco tra questi nobili corridoi, io, io che sono la finta autrice tra i veri artisti, l'inventrice, di una farsesca storia d'amore. Che anelava a riscaldarci in certe sere, ma ha lasciato solo il gelo, nei miei guanti e in questo berretto stretto in una tasca, quando tutto cerca di venir fuori, ma staziona sempre qui. Quindi sia chiaro. Non sto provando a giustificare la mia assenza, da me stessa e da te, ma soltanto prenderne atto. Io non voglio ricordi, nè speranze. Lei invece vorrebbe ancora soltanto un battito scomposto, ogni tanto, all'improvviso, tra le mete di questo cammino. E si ferma.
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| e ancora |
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[cose reali]
Era probabilmente la strada sbagliata. Bagnata da copiose lacrime. Abbiamo provato ad asciugare tutto intorno, inutilmente, poi vinta ho camminato piano e lui in terra ed io ad accarezzargli piano la testa, distrattamente, cercando ancora rifugio in altre vie. Dove mi dividevo tra vari sogni. Nessuno toccava la realtà, ma soltanto di sfuggita quella massa di follie che porto ora nella mia borsa. Assieme ad ironia e biglietti gialli. Fuori di qui nessun autobus ci avvicinerà e niente ci farà mai cambiare idea. Dalle costanti decisioni che fanno a pugni con ogni ricordo. Così un giorno mi sveglierò e percorrerò al contrario la sua normalità. La sua calma. L'impermeabilità. Ma niente ci aiuterà. E guarderò ancora quello che hai lasciato. E il legame che ho inventato, come parole su questi fogli, e gli altri a negarlo, a rinnegarlo. La nostra stanza, tappezzata da certi baci, da incerti abbracci. Solo noi in mezzo, irregolari, irriverenti. In piedi, a spezzarci. Tra le pareti sconsacrate dall'ignoranza del nostro amore che non conosceva regole ed esitazioni. Lotte ridenti ma lacrime reali tra gli strattonamenti, di quel cuore che non si apre. E di quella porta sempre socchiusa per le fughe di gas. E di quegli occhi che vanno giù perdendosi in altri immensi.
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| saluti |
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[cose reali]
Noi esposte parole e sottane attorcigliate alla ringhiera sottovento ti sorridiamo ma laggiù tu non arrenderti a questo addio di circostanza
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| un giorno |
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[cose reali]
Tra di loro una mousse di melanzane coperta da fili d'erba e fiori di menta. E la menta non le piace, lo sai. Eppure è fredda come te, amore mio. Si stringe in un maglione bianco caldo, non sarebbe così, ma non insiste, no.
Vino bianco nel grande giorno, vita minimale e spropositata indifferenza. Ma il tentativo è valso al suo sorriso. Dita impazzite fremono su un pianoforte a coda. Ai suoi occhi basterebbe questo. Ma qualcosa andrà per conto suo, senza di loro, è già fuori che corre sui marciapiedi, evitando l'acqua disperata sotto la grigia macchina, a schizzare rabbia e indecisione. E la pioggia è fuori a ripararsi da loro.
All'interno si va avanti.
Lui è annientato in sè ma dolce fuori mentre esamina conchiglie di capesante e sesso convincente. Spregiudicato come non sarà.
Lei è forte fuori di sè ma vera dentro mentre vibra soltanto un giallo lieve tra l'eleganza delle tende ambigue attorno. Immobili come sono.
Lui continua ad assaggiarla imperterrito.
E lei annaffia di nostalgia.
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| Venezia |
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[cose parzialmente reali]
Voglio trovare un senso a questa situazione Anche se questa situazione un senso non ce l’ha
Assodato. Nella prevedibilità di certi versi puoi trovarci uno squarcio di vita. Un pezzo di passato remoto. Ma rimane comunque tra di loro solo un verbo non perfettamente coniugato. Lo comprende mentre ascolta la solita radio. La musica viene presto disturbata, tentenna a rispondere e aspetta nervosa il solito tris di squilli incerti. Entrambi coscienti di qualcosa rimasta in sospeso, come quando da ragazzi si restituiscono libri e cd; ma qui, qui, bisogna restituire pelle e pugni. Parla lei. Tocca a te scegliere. Se tira a sorte lei non lo sa, non l'ha mai saputo, ma sempre vissuto. Venezia. Ci sarà anche se non risponde. Passano le giuste ore, i rituali preparativi. Sono due attori, di una parte scadente. Alle diciassette è puntuale, come sempre, e come sempre la temperatura, la gente, la scena, il sottofondo la guardano poco solidali. Al centro della piazza, su quei tavolini di ferro violentati dall'improvviso temporale si muove soltanto la sua mano appoggiata, con le sue dita a battere lievemente il tempo dell'attesa. In piedi, i tacchi inadatti, troppa pioggia, nessuna difesa apparente. Ma dentro è al sicuro. E non cerca riparo dalle gocce che scivolano e dagli ombrelli che le corrono intorno. Una freccia d’acqua si schianta sull’orologio falsamente emozionata. Alza gli occhi. Lui arriva dal lato in cui lei guarda, ormai senza scampo dalle sue doti, fingendo di preoccuparsi del diluvio e della sua improbabile assenza, ma all'incrocio degli occhi e mattonelle sorride in modo nuovo, decrescente, definitivo. E’ ad un passo. Piove. Parla lui. Sì, piove. Immobili. Hanno sempre amato compiacersi delle loro vite, degli intrecci e dei disguidi. Ma quando smetterà di piovere, lui smetterà di lei e lei smetterà di se'. Che scusa hai usato? L'ultima.
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| fugace di sabato notte |
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[cose parzialmente reali]
Lui, lui la vuole libera ed anarchica.
Lei, lei si spoglia di remore e legami.
Lui, lui le sfascia la camicia e il mondo attorno.
Lei, lei lo inchioda disarmata.
Ma lui, lui la vuole soltanto a piccole dosi.
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| fine mese |
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